CARCERI. DA CONVEGNO GARANTE EMERGE NECESSITÀ DI SPAZI PER RIEDUCARE
(ACON) Trieste, 25 mag - Non soltanto luoghi di detenzione, ma
spazi capaci di garantire dignità, sicurezza, relazioni e
concrete possibilità di reinserimento sociale. È da qui che parte
la riflessione emersa al convegno Cambiare si può. Per
un'architettura rispettosa della Costituzione e dell'Ordinamento
penitenziario, ospitato nell'Aula del Consiglio regionale e
promosso dal Garante regionale dei diritti della persona, Enrico
Sbriglia, insieme all'associazione italiana donne ingegneri e
architetti di Trieste che ha visto anche la presenza di diversi
consiglieri regionali.
Al centro del confronto il sovraffollamento delle carceri, le
condizioni strutturali degli istituti penitenziari e la necessità
di ripensare il carcere non come semplice spazio punitivo, ma
come ambiente educativo e funzionale, in linea con i principi
costituzionali e con la funzione rieducativa della pena.
Un dibattito che ha intrecciato architettura, diritti, sicurezza
e organizzazione degli spazi, arrivando a interrogarsi sulla
funzione stessa del carcere. 'A che cosa serve il carcere?', ha
chiesto Domenico Alessandro De Rossi (architetto e presidente del
Centro europeo di studi penitenziari), invitando a riflettere
'sulla necessità di scegliere se il sistema debba limitarsi a
punire o debba invece favorire percorsi di responsabilizzazione e
premialità'. Da qui anche la proposta di immaginare il carcere
come 'un'economia circolare, capace di riutilizzare in modo
produttivo il tempo sequestrato, introducendo una figura
professionale specifica, come un ingegnere gestionale, che possa
occuparsi dell'organizzazione e della funzionalità interna delle
strutture'.
In apertura dei lavori Sbriglia per descrivere la situazione
degli istituti penitenziari italiani ha utilizzato un'immagine
efficace: quella di un autobus da 50 posti sul quale vengono
fatte salire il doppio o il triplo delle persone. 'Invece di
ricorrere a un secondo autobus di supporto - ha osservato -
vengono chiamate decine di controllori per mantenere l'ordine e
la sicurezza'.
Nel suo intervento il presidente del Consiglio regionale, Mauro
Bordin, ha sottolineato come 'il carcere debba garantire non solo
giustizia per le vittime, ma anche il rispetto della dignità
umana, della funzione rieducativa della pena e di condizioni
adeguate per detenuti e operatori'. Bordin ha ricordato il ruolo
fondamentale svolto da personale penitenziario, operatori
sanitari, insegnanti, magistrati, avvocati e volontari,
evidenziando che il carcere 'è anche un luogo di lavoro e di vita
che necessita di strutture e servizi adeguati'.
Il presidente dell'Assemblea legislativa ha quindi richiamato i
principi costituzionali alla base di 'un Paese civile', ribadendo
che 'la tutela dei diritti e della dignità delle persone deve
rimanere centrale'. Bordin ha inoltre evidenziato l'importanza di
momenti di confronto come quello ospitato in Consiglio regionale
'per mantenere alta l'attenzione sul tema', ricordando anche la
realizzazione del nuovo carcere di San Vito al Tagliamento come
'un passo significativo', pur riconoscendo che 'resta ancora
molta strada da fare'.
A fotografare la situazione delle case circondariali di Trieste e
Udine sono stati i Garanti comunali. Elisabetta Burla, Garante
del Comune di Trieste, ha denunciato le difficili condizioni del
Coroneo, sottolineando 'come il tema penitenziario resti spesso
invisibile e privo di ascolto'. Burla ha evidenziato 'la
necessità di creare maggiori collegamenti con l'esterno,
investire nella prevenzione e migliorare gli spazi verdi interni
per favorire il benessere e il percorso rieducativo dei
detenuti'. Richiamando l'articolo 6 dell'ordinamento
penitenziario del 1975, la Garante ha denunciato 'il
sovraffollamento e le condizioni non dignitose delle celle,
spesso occupate da quattro persone in spazi pensati per due, una
situazione che compromette sia la funzione rieducativa della pena
sia le condizioni di lavoro del personale, privando i detenuti di
dignità, affettività e speranza di reinserimento'.
Dalla Casa circondariale di via Spalato a Udine è arrivata invece
la testimonianza del Garante Andrea Sandra, che ha ricordato come
'la struttura, risalente al 1925, soffra degli stessi problemi
del carcere triestino, ma con un primato in più: il
sovraffollamento al 200 per cento'. Nonostante questo, Sandra ha
sottolineato gli interventi avviati negli ultimi anni e il lavoro
svolto per migliorare gli spazi e la qualità della vita interna.
'Il tema dell'architettura viene considerato parte integrante del
percorso di reinserimento sociale dei detenuti' ha spiegato
Sandra evidenziando 'il forte senso di responsabilità dei
detenuti, la collaborazione dell'amministrazione penitenziaria e
il ruolo del volontariato e della cittadinanza'. Con orgoglio ha
raccontato anche il commento di un detenuto dopo aver utilizzato
la nuova biblioteca: 'Sembra di non essere in carcere'.
'Negli ultimi anni, infatti, sono stati realizzati nuovi spazi -
ha spiegato il Garante - una sezione di semilibertà, aule
moderne, una biblioteca, aree dedicate alle attività lavorative e
una sala multifunzione aperta anche alla cittadinanza. 'Centrale
- ha affermato - il contributo dell'architetto Giovanni La Varra,
che ha introdotto il tema dell'estetica come elemento funzionale
al rispetto della persona'.
'Quello che è chiamato estetica per me è semplicemente
funzionalità', ha spiegato La Varra, sottolineando come 'uno
spazio ben progettato possa offrire dignità al tempo della pena e
rispetto alla persona detenuta. Il progetto, sostenuto anche da
realtà locali e dal valore di circa 1,5-2 milioni di euro, ha
consentito di ampliare e raddoppiare gli spazi dedicati ai
colloqui, creando ambienti più luminosi e accoglienti, comprese
stanze pensate per l'affettività e la vita familiare'.
La presidente dell'Ordine degli architetti di Trieste, Graziella
Bloccari, ha parlato di 'architettura rispettosa: strutture
accoglienti e umane, capaci di garantire sicurezza senza
trasformarsi in spazi di annullamento della persona. Luoghi che
devono preparare le persone al ritorno nella società'.
Mentre il presidente degli ordini degli avvocati, Alessandro
Cuccagna, si è soffermato sul tema della politica carceraria,
sottolineando che 'non influenza solo la vita detenuti ma anche i
processi' e la presidente dell'ordine degli psicologi Fvg, Eva
Pascoli ha osservato 'il modo in cui costruiamo gli ambienti è
fondamentale: occorre ripensare le carceri come luoghi di
riabilitazione e cura'.
Criticità sono state evidenziate anche da Marina Palusa,
segretaria dell'Ordine degli ingegneri di Trieste, che ha
recentemente visitato il Coroneo. 'L'impressione più devastante
l'ho provata nella sezione maschile - ha raccontato - dove in una
cella delle dimensioni di una stanza vivono chiusi quattro
uomini'. Più positiva invece la valutazione sulla sezione
femminile, dove ha apprezzato 'l'ampio soggiorno biblioteca
utilizzato sia per momenti individuali sia per attività
collettive'. Sul fronte della sicurezza, Palusa ha sollevato il
problema 'dell'utilizzo nelle celle di fornelli da campeggio con
bombole a gas, un rischio per salute e sicurezza'. Secondo la
professionista, 'la struttura attuale, sorta nel 1911 e oggi
stretta nel centro cittadino, necessita di una profonda
ristrutturazione e revisione. L'attuale carcere - ha concluso -
garantisce una sopravvivenza di base caratterizzata da tanto
tempo perduto, dalla mancanza di creatività, dalla mancanza di
vita: uno spazio di non vita'.
Alla visita al Coroneo ha partecipato anche Adriana Capiello,
presidente di Aidia, secondo cui 'l'architettura può ridurre la
recidiva creando ambienti che favoriscono responsabilità,
crescita e comunità'. Per Capiello gli spazi possono 'restituire
dignità riconoscendo la persona prima del reato' e diventare 'una
leva concreta per una giustizia più umana ed efficace. Da qui la
necessità di valutare sia la rigenerazione delle strutture
esistenti sia la progettazione di nuovi spazi in grado di
garantire diritti, sicurezza, efficienza energetica e qualità
della vita'.
Nel corso del convegno Cesare Burdese, architetto esperto di
progettazione carceraria, ha proposto 'un modello articolato in
quattro tipologie di strutture: carcere chiuso, case lavoro per
il reinserimento sociale, strutture specializzate e una città
penitenziaria diffusa'.
Tra gli interventi anche quello dell'architetto Giuseppina
Scavuzzo, che ha affrontato il dilemma dell'architetto intorno al
carcere, riflettendo sul significato del muro 'come elemento che
separa noi e loro e che spesso impedisce ogni relazione'.
Patrizia Cannas, (architetto e funzionario tecnico provveditorato
regionale Amministrazione penitenziaria triveneto) ha invece
presentato un lavoro di coprogettazione realizzato con i detenuti
del Coroneo di Trieste, chiamati a raccontare la loro percezione
degli spazi vissuti quotidianamente.
Marco Ragonese, progettista di spazi di (re)inclusione, ha posto
l'attenzione 'sul significato stesso del vivere in carcere e
sulla necessità di costruire un immaginario differente e maggiore
consapevolezza, superando il concetto di detenzione
esclusivamente punitiva per diffondere la cultura della
reinclusione'.
A chiudere il convegno è stato il Garante per i diritti della
persona, che ha sottolineato 'l'interesse concreto e trasversale
di diverse sensibilità emerso durante la giornata', auspicando
che 'si possa immaginare davvero la possibilità di realizzare una
nuova struttura penitenziaria perché ce n'è bisogno'.
Sbriglia ha quindi indicato anche una possibile prospettiva per
il futuro dell'attuale carcere triestino: 'Una riqualificazione
che potrebbe trasformarsi in casa per semiliberi'.
ACON/RM