CARCERI. SBRIGLIA: SISTEMA DA RIVEDERE, TOGLIERSI BENDE INDIFFERENZA
(ACON) Trieste, 19 ago - "Quanto accaduto presso il Carcere di
Pordenone, dove un giovane detenuto di 19 anni è morto
intossicato dalle esalazioni di monossido di carbonio provocate
dall'incendio del materasso che, dicono gli organi
d'informazione, aveva dato alle fiamme nella sua cella, amareggia
non poco e offre il profilo di un sistema penitenziario che ha
bisogno di una completa rivisitazione nelle sue strutture
architettoniche, nella formazione del personale ad affrontare
situazioni di emergenza improvvisa e nella stessa organizzazione
dei servizi che deve assicurare".
Inizia così una nota del Garante regionale dei diritti della
persona, Enrico Sbriglia, che sottolinea di "aver più volte
indicato come fuori norma le strutture penitenziarie attuali,
perché mancanti di sistemi antincendio costantemente manutentati
e collaudati. Gli spegnimenti di fiamme - spiega - dovrebbero
conoscere sistemi automatici che consentano di neutralizzare ogni
pericolo; gli aspiratori dovrebbero consentire che non si formino
in tutti gli ambienti nuvole di fumi tossici; in ogni turno di
lavoro, di massimo sei ore, andrebbe riportata nell'ordine di
servizio giornaliero la squadra di addetti antincendio,
perfettamente addestrata al tempestivo impiego di
maschere-antigas, lance antincendio, estintori e il personale,
soprattutto quello di polizia penitenziaria, dovrebbe essere in
numero tale da consentire rapide evacuazioni in sicurezza".
"Quanto è accaduto costituisce la possibile patologica
conseguenza di antiche e reiterate carenze organizzative verso le
quali nulla può fare un direttore, un comandante, un responsabile
della sorveglianza", osserva il Garante, che si chiede "quanto
tempo ci vorrà ancora e quanti altri morti per arrivare a
comprendere come i tanto reclamati materassi ignifughi in uso
nelle carceri, tra l'altro soggetti a periodiche scadenze,
proprio per le speciali mescole di cui sono costituiti, se non
immediatamente neutralizzati dalla combustione, producono non
fiamme ma fumi e vapori di altissima tossicità, tanto che
andrebbe assicurata sempre la presenza dei presidi tecnologici e
di sorveglianza umana per evitare il peggio".
"Quando accadono fatti di questa natura - aggiunge Sbriglia -
andrebbe chiesto se, negli ultimi decenni, si sia davvero
investito in sicurezza per le carceri, al di là di ogni pomposo e
fuorviante annuncio. Non a caso, il 25 maggio scorso, l'Organo di
garanzia aveva organizzato, grazie all'impegno della Regione, un
importante convegno, intitolato 'Cambiare si può',
sull'architettura penitenziaria, dove gli aspetti di criticità
sono stati più volte affrontati seppure sul piano costruttivo".
"Se le carceri, finora, non sono bruciate - evidenza il garante -
ciò è probabilmente dovuto alla pur risicata presenza umana di
operatori penitenziari che, talvolta aiutati anche dagli stessi
detenuti, consentendo di dare per tempo l'allarme. Un porsi
conflittuale dei ristretti, si immagini in caso di rivolta o di
barricamento, o la penuria di personale di sorveglianza,
soprattutto d'estate per consentire ferie e riposi settimanali,
già falcidiati per ragioni di servizio e non concessi con la
stessa facilità di categorie professionali, possono offrire una
ulteriore chiave di lettura ad accadimenti tragici come quelli in
premessa".
"La morte di una persona in carcere, che sia detenuta o meno, ma
soprattutto quando si tratta di un giovane, diversamente da
quanto le iene da tastiera semmai andranno a raccontare -
dichiara Sbriglia - getta nello sgomento tutta la comunità
penitenziaria, lasciando strascichi nell'animo degli operatori e
delle stesse persone detenute che richiederanno tempo per essere
assorbiti, se mai lo saranno per davvero, perché talvolta
ritornano come pensieri cupi che avvelenano la coscienza.
Pertanto, al di là della ricerca di eventuali responsabilità,
dove il paradosso maggiore sarà, come spesso accade, di
scagliarsi contro gli anelli più deboli di un'organizzazione
elefantiaca che da decenni si mostra al centro di tante
problematicità irrisolte, nulla per davvero cambierà se non
muterà l'attenzione anche civica verso il mondo del carcere e il
sistema delle pene".
Secondo il Garante "la maggiore responsabilità andrebbe ricercata
nel rifiuto evidente e persistente, che ha riguardato tutti i
governi succedutisi almeno negli ultimi vent'anni, di aprire una
stagione di verità sullo stato reale delle carceri, di come si
sia operato per esautorare del reale potere organizzativo gli
stessi direttori penitenziari, sempre di più diretti da un centro
romano che però non sente fisicamente l'oppressione di un
sovraffollamento insopportabile negli istituti. Oggi, un sistema
carcerario che accoglie, malamente, tutte le persone detenute che
gli vengono scagliate al suo interno da un diritto penale
bulimico, non riesce più a distinguerle nelle loro singole
problematicità e fatica a rispondere ai quei principi
costituzionali di pene eseguite nel rispetto della dignità umana".
"Anche per questo - prosegue Sbriglia - si auspica che,
attraverso l'esercizio di una supplenza necessitata, pure la
Regione Friuli Venezia Giulia, per quanto abbia competenze
collaterali solo in taluni ambiti (formazione professionale
rivolta ai detenuti, lavoro, sanità), si proponga per la
realizzazione di nuove strutture penitenziarie che abbiano tutte
le caratteristiche della modernità, della sicurezza e della
dignitosa accoglienza di persone detenute e di operatori
penitenziari. Occorre per davvero che ci siano forti e reali
investimenti in personale specializzato, capace non di esibire
farlocchi muscoli, ma in grado di cogliere inquietudini, paure e
fragilità in una popolazione detenuta ben diversa da quella di un
tempo, dove la possibilità d'incrociare il vicino di casa o
l'amico di scuola del proprio figlio, o quanti vengono descritti
persone perbene, insieme agli sbandati e ai diseredati che
affollano le nostre città, sono ben maggiori di quello che si
immagini. Insomma, occorre togliersi le bende dell'indifferenza,
poste davanti gli occhi, e saper tornare a guardare e guardarsi
intorno".
"Dai dati ministeriali diffusi lunedì scorso, su 37 posti
disponibili nell'antico castello-carcere di Pordenone, erano
presenti ben 54 detenuti, anche questo significa qualcosa",
commenta Sbriglia, che conclude: "La mia inutile solidarietà
verso il direttore e tutti gli operatori penitenziari, il mio
cordoglio verso la famiglia del giovane ristretto deceduto;
seppure fossero state accertate e definite delle responsabilità,
nel prosieguo del procedimento penale a suo carico, altro doveva
essere l'epilogo della sua storia in uno Stato di diritto".
ACON/COM/aa