Piani urbanistici e controllo popolare

Roberto Guiducci, commentando il Piano Urbanistico Regionale che era stato pubblicato pochi mesi prima del sisma, riconobbe un asse con vocazione industriale e capacità di crescita che si allungava da Trieste, a Gorizia, Udine, Pordenone, Sacile. Lo separò dal Friuli debole che comprendeva la montagna e la bassa pianura. Secondo un naturale movimento di diastole-sistole, le parti svantaggiate sarebbero dovute emigrare verso il cuore dello sviluppo, dividendo la regione – grosso modo – tra luoghi di lavoro e luoghi del tempo libero. L'idea che il terremoto avesse potuto aiutare tale processo si affacciò nel momento della richiesta di prefabbricati e si configurò come possibile raddoppio della città di Udine. L'esperienza del Belice dove con criteri (necessariamente) verticistici si erano tentati simili piani contribuì a svalutare il progetto.

L'azione della Regione Friuli Venezia Giulia di fatto si mosse in senso contrario, in quanto cercò di ricostruire i paesi "come prima", nel rispetto cioè delle attese dei terremotati.

La lotta di Remo Cacitti contro lo 'sradicamento culturale e materiale' conobbe un indubbio successo nella ricostruzione di Venzone. Il suo rigore intellettuale, la rete di relazioni e la capacità di guidare una comunità favorirono l'esemplare riedificazione del borgo medievale. Non tutti i paesi ebbero al proprio servizio personalità altrettanto forti e dovettero affidarsi a tecnici con più limitate conoscenze soprattutto nel campo dei valori storici. I "governanti", molti dei quali si ispiravano agli stessi valori di Cacitti, secondo le proprie forze, tentarono tuttavia di interpretare la volontà popolare e di regola non si abbandonarono alla "furia devastatrice" delle ruspe.

Da questo punto di vista l'attività di Emanuele Chiavola merita particolare attenzione sia per la capacità tecnica con cui affrontò una situazione del tutto nuova, sia per la tenacia e il coraggio con cui affrontò continue, spesso ingiuste, contestazioni.

La Segreteria Generale Straordinaria per la ricostruzione del Friuli fu il centro decisionale che disciplinò le scelte degli enti locali. Chiavola elaborò poche, chiare, regole per controllare la divisione dei fondi regionali tra gli aventi diritto. Punto di partenza dell'analisi su cui si fondò la casistica dei finanziamenti fu l'individuazione di un 'soggetto' (il richiedente) e di un "oggetto" (l'abitazione). Il richiedente poteva essere residente o non residente, con o senza famiglia a carico, proprietario della casa o affittuario, con intenzione o meno di risiedere nel Comune terremotato. L'abitazione poteva essere indenne, distrutta o danneggiata, parzialmente distrutta e danneggiata. A ognuno di questi casi corrispose una scheda operativa che i sindaci dovevano vagliare per ottenere i fondi che spettavano ai singoli cittadini.

Il piano urbanistico che dirigeva a priori le scelte individuali e orientava la ricostruzione secondo rigidi principi fu pertanto costantemente accantonato e sostituito da una normativa che intendeva garantire a ciascuno il diritto di decidere secondo proprie preferenze entro definiti limiti di spesa.

Chiavola, stretto collaboratore di Comelli, riteneva che il futuro della ricostruzione appartenesse ai friulani e come guida tecnocratica si attenne al riformismo di cui – assieme con Comelli – era rappresentante all'interno della Democrazia Cristiana già prima del terremoto. Accompagnò il processo di rinascita senza la presunzione di conoscere e imporre lo stato finale cui sarebbe dovuto approdare. Nello stesso tempo rifiutò ogni forma di anarchia e di spreco vagliando l'entità di ogni singolo contributo e privilegiando (ostentatamente) il momento pratico nei confronti di ogni schema ideologico.

La complessità degli strumenti giuridici, tecnici e amministrativi che la macchina regionale dovette approntare emerse soprattutto nel momento in cui la ricostruzione vera e propria cominciò a funzionare. Nel 1979-1980 imprese e professionisti di fronte alla grande richiesta di attività operativa impressero un'abnorme lievitazione dei costi. La Regione reagì con tempestività promuovendo gli "appalti accorpati". Alla Segreteria Regionale Straordinaria venne affiancato l'Ufficio Operativo Centrale, un organismo politico composto da un rappresentante della DC, uno del PCI, uno del PSI, uno del PRI e uno del PSDI, cui fu affidato il compito di favorire l'afflusso da fuori regione di grandi imprese con tecnologie avanzate e adeguata forza lavoro. L'operazione frenò la corsa al rialzo dell'edilizia, conferì omogeneità alla riparazione-costruzione delle case, accelerò riparazione e rifacimento delle abitazioni.

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