Ricostruzione e sviluppo: la memoria storica

Nel cuore dell'area disastrata, che coincideva grosso modo con l'area del recente sviluppo industriale, imprenditori e lavoratori si impegnarono a riparare o rifare stabilimenti e case per mantenere i traguardi precedentemente conquistati, per sostenere il ritmo di crescita che li aveva garantiti. Gli addetti all'industria che lavorarono nelle difficili condizioni dell'inverno del 1976 sono da questo punto di vista gli eroi della "ricostruzione nello sviluppo". Secondo questa idea-guida ripristinare le fabbriche e i posti di lavoro significava confermare l'avanzamento economico e sociale di recente sperimentato. La Regione, con leggi tempestive che testimoniano l'intuito dei suoi dirigenti politici, interpretò queste esigenze e queste energie, sostenne con priorità la ricostruzione delle fabbriche, stabilì tramite i sindaci un rapporto diretto con le famiglie terremotate per la riparazione e ricostruzione delle residenze.

La produzione riattivata e le abitazioni ricostruite si configurarono in breve come positiva premessa di traguardi più ambiziosi. Per completare il progetto di rinascita era necessario da un lato recuperare la fisionomia del vecchio Friuli anche per confermare il valore delle spinte culturali che avevano consentito di superare l'emergenza, dall'altro promuovere infrastrutture che assegnassero ruoli attivi all'intera regione, la rivalutassero nel più avanzato contesto italiano ed europeo. Il benessere aveva bisogno di solide fondamenta. Scuole, strade, ferrovie avrebbero sostenuto l'apparato produttivo solo se lo spirito di rinascita avesse mantenuto i caratteri originali. Risorse economiche per quanto ingenti non sarebbero state sufficienti in assenza del contesto culturale che manteneva viva la spinta propulsiva della rinascita.
Il problema della memoria, dei paesaggi della tradizione, fu affrontato - con mezzi praticamente illimitati - soprattutto dalle Soprintendenze ai beni sia artisti e storici, sia ambientali e architettonici. La Regione collaborò con l'ente statale rivolgendo la sua attenzione a oltre millecinquecento beni "non vincolati" per completare il recupero del patrimonio culturale.


Luciana Marioni Bros,
già coordinatrice del Centro di Restauro di Villa Manin.
Udine, 1 aprile 2016

I borghi medievali di Venzone e Gemona furono ricomposti. Rispettarono le fisionomie della tradizione perchè mantennero le volumetrie, la dimensione e lo stile dei manufatti originali. Il rifacimento è percepibile, ma è accettabile per la cura con cui è stato condotto. Non può infatti dirsi "falso storico" un complesso edilizio le cui pietre, numerate e sistemate al proprio posto, sono quelle originali. Il duomo di Gemona inoltre racconta in termini drammatici la contraddizione tra antico e rifatto: al di fuori ostenta una facciata gotica perfettamente rifinita con l'imponente san Cristoforo che guarda ancora la medievale "via da carri", all'interno le colonne della chiesa tra loro irregolarmente inclinate evocano le torsioni e i sussulti impressi dalle spinte sismiche.
I castelli di Tricesimo, Cassacco, Colloredo, la fortezza di Osoppo, ma anche le chiesette di Sant'Agnese e di Ognissanti a Ospedaletto, l'Abbazia di Moggio scandiscono nuovamente i paesaggi che il terremoto aveva sconvolto.
Restauri di segni importanti non riguardarono soltanto l'area disastrata, ma - per esempio - anche la città di Udine. Il castello, la chiesa di Santa Maria, la casa della Contadinanza, il palazzo patriarcale, la basilica delle Grazie furono risistemati e consolidati. Il duomo di Spilimbergo, il tempietto longobardo di Cividale, la chiesa di San Daniele in Castello, la Pieve di Zuglio hanno ritrovato le fattezze originarie.
L'allargarsi degli interventi in aree più ampie della zona di massimo disastro intese affermare che riappropriarsi del patrimonio culturale friulano era condizione essenziale di sviluppo di tutte le potenzialità della regione. Solo la crescita dell'insieme avrebbe potuto garantire successo alla ripresa della parte colpita dal terremoto. La coscienza storica come motore della ricostruzione è implicita nella trasformazione del Centro regionale di catalogazione dei beni culturali di Passariano, istituito nel 1971, in Centro regionale di catalogazione e restauro dei beni culturali nello stesso 1976.
La scuola per la formazione di restauratori professionisti cercò di tradurre in azione concreta la salvaguardia dell'eredità storica. La Soprintendenza archivistica dal canto suo salvò gli archivi comunali riscoprendone a volte il valore, ordinandoli e inventariandoli nelle sedi di Udine e Trieste. Una ricostruzione-sviluppo chiamava in causa tutta la regione, implicava la collaborazione di parti non colpite gravemente dal terremoto, rinnovava istituzioni già presenti prima del terremoto utilizzandone energia e competenze.
La complessità del problema che il patrimonio storico proponeva si può misurare valutando il ripristino delle chiese distrutte dal sisma, la ricomposizione della struttura abitativa dei borghi. La cappella di Molinis tra Tarcento e Villafredda, che rispetta le proporzioni e la sobrietà della religiosità tradizionale, è felice eccezione. In altri casi si è determinata con nuove strutture la rottura della semplicità e la minore attenzione a ciò che le forme del sacro tradizionalmente esprimevano. Portis, cui fu imposta la delocalizzazione, ha perso il rapporto storico con il Tagliamento e con il senso del toponimo anche la sua originalità.
Si tratta di inevitabili contraddizioni tra il moderno che avanzava e il rispetto che l'identità avrebbe richiesto. Professionisti e tecnici non avrebbero potuto ovunque realizzare equilibri perfetti tra le due esigenze perchè lo sconvolgimento territoriale presentava aspetti di volta in volta diversi, perchè il patto di unità che forze politiche e culturali avevano stipulato implicava una certa tolleranza nei confronti di interpretazioni e soluzioni divergenti.

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